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La porchetta camplese

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porchetta
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I decuriones romani avevano dettato i modi dell'assaggio con una apposita delibera. Margherita d'Austria ne regolamentò la vendita e la qualità. La 'porchetta italica', definita così dopo che resti di maiale furono rinvenuti durante gli scavi della necropoli di Campovalano, con i suoi 3 mila anni alle spalle, ha una storia da raccontare. Dagli Statuti comunali di Campli, rinnovati nel 1575 per opera di Margherita d'Austria, si possono attingere numerose notizie sull'uso della porchetta. Ci sono ben due articoli che ne regolamentavano la vendita. La porchetta era un prodotto tutelato da qualsiasi contraffazione: per la sua realizzazione non si poteva usare altra carne, neanche quella di Verro o di Scrofa; la cottura doveva essere giusta (la porchetta poco cotta pesava di più e rendeva di più). I 'porci' non potevano andare per le strade della città eccetto quando “il padrone andrà appresso al porco” per rimetterlo nella stalla. In pratica i maiali dei camplesi si portavano a pascolo nei vicini alvei dei torrenti (dove si facevano anche abbeverare), nei boschi di 'macchia mediterranea' e nelle campagne a riposo. Di sera si riportavano nelle stalle dentro le mura della città fortificata, protetti da ogni possibile furto.

 
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